Luigi Irione, Presidente CAV
Dal primo colloquio con la CAV all’ingresso nella comunità professionale, il percorso di ammissione in FERPI racconta un’idea precisa di associazione: l’inizio di una relazione tra professionisti della comunicazione.
Potrebbe essere un form online. Una checklist di requisiti. Un pagamento e un tesserino. Funziona. È efficiente. È anche, nella maggior parte dei casi, anonimo. FERPI da sempre ha scelto altro. Ha scelto un colloquio. Non per selezionare. Per incontrare.
Perché c’è una differenza enorme tra valutare qualcuno e riconoscerlo. E un’associazione di comunicatori e relatori pubblici – persone che costruiscono reputazioni, che sanno quanto pesa una prima impressione, che conoscono il valore di ogni punto di contatto – non poteva permettersi di essere meno di quello che insegna.
La CAV non è una commissione. È la prima conversazione. E come ogni conversazione che vale, inizia da una domanda semplice e profonda allo stesso tempo: chi sei? Non nel senso del curriculum. Non nel senso del ruolo, dell’azienda, degli anni di esperienza. Chi sei come professionista della comunicazione. Cosa ti ha portato fin qui. Quale percorso, quali scelte, quali valori stanno dietro al nome su quel modulo di ammissione.
Entrare in FERPI non è un atto amministrativo. È una dichiarazione di appartenenza. E merita di essere pronunciata davanti a qualcuno che la ascolta davvero. Ma il colloquio non si ferma lì. Va oltre il profilo, oltre il passato. Vuole sapere cosa pensi. La comunicazione è una disciplina che vive di opinioni, di posizioni, di coraggio intellettuale.
Chi entra in FERPI porta con sé un punto di vista sul mondo, sul proprio mestiere, su come le organizzazioni dovrebbero parlare alle persone, alla società, al futuro. Il colloquio è lo spazio in cui quel punto di vista emerge. Non per essere giudicato. Per essere conosciuto. Perché un’associazione che vuole rappresentare la comunicazione e le relazioni pubbliche ai massimi livelli ha bisogno di sapere chi ha in casa. Quali voci. Quali prospettive. Quale varietà di pensiero.
La diversità di visione non è un rischio per un’associazione. È la sua ricchezza. E poi c’è la domanda che poche associazioni si fanno davvero: cosa porti? Ogni professionista che entra porta qualcosa di unico. Un settore. Una competenza. Una rete. Un’esperienza che nessun altro ha vissuto nello stesso modo.
FERPI non è una somma di tesserini. È una comunità che si arricchisce di ogni ingresso. E riconoscere esplicitamente cosa un nuovo membro porta, nel colloquio, in quel momento di incontro reale è un atto di rispetto professionale che poche associazioni si fermano a fare. Dire “quello che porti ha valore” non è una cortesia. È la premessa di un’appartenenza autentica. Ma è la quarta domanda quella che cambia tutto: cosa possiamo darti? Un colloquio di ammissione standard va in una direzione sola: l’associazione valuta il candidato. Il colloquio CAV va in entrambe le direzioni.
E questo richiede coraggio da entrambe le parti. Dal candidato, che si espone con onestà. Da FERPI, che si impegna a restituire valore a chi entra.
Perché FERPI sa che accogliere qualcuno significa assumersi una responsabilità nei suoi confronti. Offrirgli una comunità viva. Percorsi di crescita reali. Connessioni che contano. Una voce autorevole con cui dialogare nel tempo. Dire “cosa possiamo darti” nel momento dell’ingresso non è una promessa di marketing. È un impegno. Ed è la prova più concreta che FERPI non cerca numeri, cerca persone. E quella porta che si apre nel giorno del colloquio non si richiude dopo. È l’inizio di una relazione. Una conversazione che continua, nei tavoli di lavoro, negli eventi, nei confronti tra pari, per tutto il tempo in cui si sceglie di farne parte.
Per finire c’è un ultimo elemento che non va taciuto. La CAV è composta da soci che dedicano tempo, competenza e reputazione a questo lavoro. Non per obbligo. Per convinzione. Chi è già dentro si mette a disposizione di chi sta per entrare. È il primo atto concreto di quel patto. La reputazione non si costruisce con le parole. Si costruisce con i comportamenti. Con la coerenza tra quello che si dichiara e quello che si fa. Da quel momento, le reputazioni si intrecciano. Quella del professionista e quella dell'associazione. Non è un vincolo. È un patto.
La cura con cui la CAV svolge questo lavoro non è burocrazia associativa. È presidio reputazionale. E quella prima conversazione chi sei, cosa pensi, cosa porti, cosa possiamo darti è già, in tutto e per tutto, FERPI.