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Perché la sostenibilità sta riscrivendo il modo di fare impresa

11/06/2026

Marta Cioffi, Anna Forciniti, Valentina Paternoster

Le norme europee rappresentano il nuovo standard che le aziende sono chiamate a rispettare, affinché siano sempre più trasparenti, responsabili e consapevoli del proprio impatto.

 

La sostenibilità, intesa come la capacità dell'impresa di generare valore economico duraturo governando in modo responsabile i propri impatti ambientali, sociali e organizzativi, è diventata uno dei temi più regolamentati della vita delle aziende. Nuove direttive, obblighi di rendicontazione e requisiti di trasparenza stanno ampliando il perimetro delle responsabilità e, forse, la reazione più immediata – e, potremmo aggiungere, anche quella a maggiore risparmio energetico sul piano interpretativo – è leggere questa evoluzione come un semplice aumento della compliance.

 

Sarebbe però questa una lettura riduttiva, perché ciò che emerge davvero dal nuovo quadro normativo europeo è l’adozione di un nuovo standard di governance, chiamato a rendere evidente, raccontare e dimostrare attraverso i dati il modo in cui le imprese prendono decisioni, attribuiscono responsabilità, gestiscono i rischi, monitorano i propri impatti e costruiscono fiducia. In altri termini, ciò che l’Europa sta chiedendo, sono imprese più leggibili, dove leggibile significa tracciabile, verificabile, comparabile, facendo evolvere la norma da mero obbligo normativo a fattore discriminante di accesso e permanenza nei contesti competitivi più rilevanti.

 

Lette in modo sistemico, la Direttiva UE 2026/470 Omnibus I e la Direttiva UE 2023/970 sulla Pay Transparency disegnano, infatti, un’architettura coerente e mostrano come il nuovo quadro normativo europeo stia progressivamente definendo un modello sinergico di accountability strutturata, caratterizzato da responsabilità chiaramente attribuite, criteri decisionali espliciti, processi verificabili e impatti misurabili.

 

Questo non è un linguaggio tecnico, ma di governo: la sostenibilità, in questo scenario, smette di essere una funzione che redige bilanci e amministra dati, ed evolve nell’organo che orchestra come l’azienda impatta su ambiente, persone, società

 

Direttiva UE Omnibus I: meno dati, più significato

Entrata in vigore il 18 marzo 2026 e in attesa di recepimento in Italia, la Direttiva UE 2026/470 Omnibus I interviene su uno degli aspetti più critici degli ultimi anni: l’ipertrofia della rendicontazione ESG.

 

La direttiva cambia profondamente il modo in cui le aziende raccontano la propria sostenibilità, semplificando la rendicontazione e ripulendo la comunicazione da un eccesso di burocrazia. Il cambiamento più evidente è il drastico taglio del 61% dei dati che prima erano obbligatori (EFRAG, 2025); in questo modo, i report ESG smettono di essere elenchi infiniti e illeggibili di numeri difficili da “attraversare” e tornano ad essere strumenti di lettura. Restano meno dati, ma più comparabili e standardizzati, e questa standardizzazione riduce lo spazio per interpretazioni opportunistiche, rendendo più difficile la dispersione delle informazioni rilevanti.

 

La norma introduce anche un principio di maggiore equilibrio lungo la filiera. Le grandi imprese non possono più trasferire sui piccoli fornitori l'intero onere della raccolta dati funzionale alla rendicontazione ESG. Le richieste di dati non potranno più essere eccessive o non strettamente necessarie, ma dovranno essere proporzionate e i fornitori devono essere informati del proprio diritto a rifiutare richieste che vadano oltre quanto previsto dagli standard applicabili.

 

Questo ridimensionamento non significa però meno serietà, anzi: riducendo la quantità dei dati ma rendendoli standardizzati e uguali per tutti, la direttiva contrasta efficacemente il greenwashing. Diventa molto più difficile nascondere la realtà dietro fiumi di parole o metriche confuse, a tutto vantaggio di una trasparenza reale e di una più facile comparazione tra aziende. Infine, il congelamento temporaneo delle regole specifiche per i singoli settori permette a tutti di concentrarsi su una comunicazione più semplice, lineare e uniforme a livello europeo.

 

Direttiva UE sulla Pay Transparency: la prova dei fatti entra nelle retribuzioni

Se Omnibus I agisce sulla leggibilità dei sistemi, la Direttiva (UE) 2023/970 aggiunge un elemento “umano” ma altrettanto trasformativo: la verificabilità delle scelte retributive.

 

La direttiva, entrata in vigore in Italia il 7 giugno scorso, richiede, infatti, alle imprese di essere trasparenti su come definiscono le retribuzioni e su come valorizzano le persone. Si passa così da una parità dichiarata a una dimostrabile, dove i criteri devono essere espliciti e documentabili, e laddove ci fossero differenze andranno giustificate sulla base di elementi oggettivi.

 

La direttiva attraversa tutto il ciclo di vita del lavoro: già in fase di selezione le condizioni economiche devono essere trasparenti e comparabili, durante il rapporto di lavoro la trasparenza diventa un diritto nel corso del quale i criteri retributivi e di crescita devono essere formalizzati e resi disponibili ai collaboratori e collaboratrici.

 

Con gli obblighi di reporting, il tema retributivo diventa, quindi, leva di accountability: le aziende devono misurare e rendere leggibile il gender pay gap e, oltre una soglia critica, attivare azioni correttive. Parallelamente, il rafforzamento delle tutele sposta sulle organizzazioni l’onere di dimostrare la correttezza delle proprie scelte, rendendo la trasparenza anche un elemento probatorio.

 

Gli impatti organizzativi sono profondi e immediati: HR, sistemi informativi e governance devono dialogare e integrarsi, costruendo basi dati coerenti, tracciabili e difendibili. In questo quadro, la trasparenza retributiva diventa una leva identitaria, una lente che rende visibili i meccanismi interni: chiarisce cosa l’organizzazione considera valore, rende visibili eventuali bias e rafforza la coerenza tra cultura dichiarata e pratiche concrete, costringendo a riallineare le differenze e configurandosi per questo come un acceleratore di trasformazione, oltre la compliance.

 

La sostenibilità come architettura di governance

La sostenibilità non può più essere, quindi, un’attività isolata e, per funzionare davvero, deve dialogare con funzioni diverse: HR, procurement, compliance, risk management, strategia. Dove questi mondi restano separati, la sostenibilità rimane un esercizio formale e produce documenti: dove, invece, diventa trasversale e ha la possibilità di costruire una reale regia comune, si trasforma in un criterio decisionale, capace di orientare le scelte e generare valore, diventando motore di cambiamento.

 

In questo passaggio sta anche una soglia concreta di mercato: la capacità di dimostrare integrazione e coerenza tra processi diventaun fattore di accesso alle gare pubbliche ed europee. La sostenibilità, oggi è (e lo sarà sempre più in futuro) una condizione abilitante per competere e partecipare e per accedere a finanziamenti.

 

Interpretare il nuovo quadro normativo come un peso o un costo da contenere è, quindi, un errore di prospettiva. Si tratta piuttosto di un’opportunità per conservare e accrescere il proprio vantaggio competitivo: aiuta le imprese ad essere più trasparenti, più credibili, più capaci di leggere il futuro e in grado di stare sul mercato.

 

La trasparenza si trasforma così da elemento accessorio della reputazione in condizione essenziale per esserci ed essere scelti, che permette di costruire fiducia con gli investitori, i clienti e i talenti che sempre più preferiscono aziende coerenti e responsabili. Ed è su questa capacità che si misurerà la solidità delle organizzazioni nei prossimi anni: nella qualità della governance più che nella quantità di dati prodotti, nella capacità di leggere il contesto, strutturare decisioni e renderle comprensibili e verificabili, generando valore nel tempo, nella capacità di prendere i nuovi standard, applicarli e farli evolvere in un ecosistema di dati che migliorano l’impatto su persone, ambiente e società.

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