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Piccolo manuale di marketing politico

21/11/2013

“Siamo assolutamente sicuri che il mondo è diviso in due e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare quelli che sbagliano”. Il pensiero confermativo, come lo definisce _Francesco Piccolo,_ rende impermeabili al confronto e questo porta con sé una serie di problemi che si ripercuotono su ambiti diversi, anche quello politico, come illustra _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
Sei un elettore di centrodestra o, peggio, leghista? Capita di sentirti deriso, compatito, snobbato da parenti, amici o conoscenti che, votando altri partiti, ti guardano con un senso di superiorità che non capisci e non giustifichi? Ti chiedi perché succeda così spesso che quelle persone ti trattino come un essere inferiore, come una quasi-persona-che-non-capisce-niente, un essere che, poverino, proprio non realizza la gravità delle sue idee politiche? Ti interroghi se, davvero, è così moralmente sbagliato votare un partito nel quale ti identifichi, con un leader che ammiri nonostante tutto quello che si dice sul suo conto? Insomma: vorresti che qualcuno ti spiegasse, una volta per tutte, le ragioni che spingono una parte significativa dei tuoi conoscenti, e degli italiani, a considerarsi migliori di tutti quelli come te, di quelli che, con il loro voto, perseverano nel portare l’intero paese nell’abisso, nonostante l’evidenza lapalissiana dei fatti? Bene. Finalmente c’è lo strumento giusto per soddisfare questa tua curiosità. Non è un manuale di psicologia, né di scienze politiche. E’ il libro, bellissimo, di Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come TUTTI, Einaudi) , un intellettuale di sinistra che, ripercorrendo gli anni della sua formazione politica, descrive in modo compiuto lo stato d’animo di chi si sente di essere nel giusto e che, forte di questa convinzione, si chiude su se stesso, in una specie di camera dell’eco senza confini.
«Siamo assolutamente sicuri – scrive – che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stanno facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare quelli che sbagliano». Il problema è, appunto, questa convinzione diffusa che non viene scalfita, che non è messa in discussione, che non subisce un’analisi critica. Ammette lo scrittore campano: «Questa idea del pensiero confermativo è (…) esplosa, perché ha formato una classe intellettuale ampia che legge giornali confermativi e scrive su quei giornali ragionamenti confermativi. Tutto ciò, anno dopo anno, rende impermeabili al confronto, alla curiosità per gli altri, per le vite diverse; e rende sempre più sicuri di ciò che si pensa, di come si vive, delle regole che ci si è dati». E aggiunge: «Corrisponde con esattezza a ciò che sta accadendo con la navigazione in rete (…) più si naviga, più si restringe il campo delle diversità (…) E’ come se, vivendo, eliminassimo sempre di più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere. La rete ripropone un sistema di vita che abbiamo adottato fin dal giorno in cui abbiamo scelto da che parte stare». Non a caso, sottolinea l’autore, all’entusiasmo che accompagna le elezioni primarie, dove votano solo i migliori, si contrappone la disillusione delle elezioni politiche reali, quando c’è «la dimostrazione pratica che la recinzione, l’orgoglio narcisistico, l’autoassoluzione potrebbero essere fallimentari».
Ma questo libro non è solo un’analisi sul senso di superiorità di una parte del paese sull’altra. E’ anche, e forse soprattutto, uno strumento di marketing politico, utile in particolare a una sinistra che, spesso, sembra avere un’innata predisposizione alla sconfitta. Prima di impostare una qualsiasi campagna elettorale, è infatti fondamentale avere le idee chiare su se stessi e sugli avversari. Serve, perciò, un bagno di umiltà, una presa di coscienza su quanto sia sbagliato ritenere che, nel paese, ci sia una sola parte sana (la propria). Inutile ingegnarsi tanto su slogan e strategie di comunicazione, se non si supera prima questo scoglio culturale. Francesco Piccolo lo scrive chiaramente: «Se riesco a percepire il buio che c’è dentro di me, le somiglianze con ciò che non mi piace; se riesco a concepire un’affinità con chi è lontano; se riesco a comprendere quando sono coinvolto in ciò che non amo, che non mi piace, che di solito accuso come se non mi appartenesse – quella è la strada concreta, reale, per combattere con limpidezza ed efficacia. L’abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del paese. L’estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle». E nemmeno, aggiungo io, illudersi di essere una democrazia matura.

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