Sergio Vazzoler
La transizione ecologica ha bisogno di una nuova grammatica comunicativa. Le narrative pro-fossili crescono e parlano al senso comune più della scienza. Serve un racconto credibile, capace di affrontare le paure senza cedere alle strumentalizzazioni. Il commento del socio Sergio Vazzoler.
Negli stessi giorni in cui la COP30 di Belém affrontava il nodo cruciale dell’uscita dai combustibili fossili, un’analisi di InfluenceMap documentava un incremento del 37% dei messaggi pro-fossili veicolati da aziende e associazioni del comparto oil&gas. Mentre i negoziati parlano di accelerazione, il racconto mediatico e politico resta frenante, attendista. E sempre più coordinato.
Il playbook delle narrative fossili
Queste narrazioni si muovono secondo uno schema collaudato: i costi della transizione, l’inaffidabilità delle tecnologie rinnovabili, e infine la “neutralità tecnologica”, che in apparenza suona ragionevole ma spesso serve a procrastinare ogni decisione scomoda. Tre messaggi, un obiettivo comune: rallentare il cambiamento, senza dirlo esplicitamente.
Non si tratta solo di comunicazione: queste retoriche si infiltrano anche nei negoziati, dove — come ha raccontato Ferdinando Cotugno su Domani — un partecipante su 25 alla COP30 era un lobbista del settore fossile. Il rischio non è tanto lo scontro di posizioni, quanto la distorsione del campo di gioco.
Parlare al senso comune
La forza delle narrative pro-fossili è semplice: parlano direttamente al senso comune. Nessuno vuole bollette più alte, sistemi energetici instabili, o sacrifici senza garanzie. È il cosiddetto greenlash, il rigetto crescente verso politiche ambientali percepite come astratte, onerose, socialmente ingiuste.
Proprio per questo è fondamentale non cedere all’inerzia comunicativa. Serve una narrazione fondata su verità complesse, non su slogan rassicuranti. Le rinnovabili non sono perfette, ma restano oggi l’opzione più efficiente e conveniente. L’elettrificazione è una sfida necessaria. E l’inazione, come ormai sappiamo, costa di più.
Costruire un nuovo racconto
Non possiamo silenziare le narrative fossili, ma possiamo riconoscerle per ciò che sono: strumenti di influenza, non verità tecniche. E possiamo — dobbiamo — costruire una contro-narrazione più solida, capace di rispondere alle paure e intercettare le fragilità collettive.
Il caso mediatico della “famiglia nel bosco” ne è un esempio: un episodio marginale, individuale e non collettivo, che ha avuto un’eco nazionale. Perché? Perché ha toccato un nervo scoperto, citando sempre Cotugno: il senso diffuso che il nostro modello di vita, lavoro e consumo sia diventato insostenibile. Quella storia ha fatto da specchio a una stanchezza che non crede più nelle soluzioni collettive.
Oltre la retorica, la verità dei processi
La transizione ecologica non è solo una questione tecnologica o politica. È una sfida narrativa. Significa decidere quale futuro ci appare ancora possibile. Non servono promesse, servono verità. Non servono solo piani normativi, ma una grammatica comunicativa che non alimenti il greenlash. Perché oggi, più che mai, la qualità del racconto è parte integrante della soluzione.
L’articolo originale pubblicato su CSRoggi è qui.