Daniela Bianchi - Segretaria Generale FERPI
Riflessioni dall'intervento della Segretaria Generale FERPI all'incontro della Delegazione Lazio "Smart Cities e Democrazia Partecipativa. Innovazione digitale e nuovi modelli di collaborazione pubblico-privato"
Il 25 febbraio scorso, Palazzo Valentini ha ospitato un confronto dal titolo “Smart Cities e Democrazia Partecipativa. Innovazione digitale e nuovi modelli di collaborazione pubblico-privato", organizzato dalla delegazione FERPI Lazio in collaborazione con Quattroiemme e Loreb, che ha fatto emergere una domanda tutt'altro che retorica: le smart city sono davvero "smart" per chi le abita, o rischiamo di costruire sistemi efficienti senza comunità?
Un tavolo a più voci, istituzionali, professionali e civiche, di primo piano: Riccardo Corbucci, Presidente della Commissione Roma Capitale Statuto e Innovazione Tecnologica; Enrico Colaiacovo, Direttore del Dipartimento Trasformazione Digitale di Roma Capitale; Patrizio Caligiuri di AMA; Giovanna Montani, CEO di Ragù Communication; Giuseppe De Nicola, Direttore Generale della Fondazione Ampioraggio; Stefano De Capitani, AD Municipia del Gruppo Engineering. Panel che è stato moderato dal giornalista e Socio FERPI Marco Frittella. I lavori sono stati aperti dalla Delegata FERPI Lazio Serena Bianchini.
I contributi emersi nel corso dell’incontro sono stati serrati e puntuali ed è stato naturale nel mio intervento di chiusura proporre una chiave di lettura trasversale a tutte le riflessioni.
Il concetto di Città e di Innovazione è inscindibilmente legato a due dimensioni: progettare luoghi e costruire comunità. E quando parliamo di città e di territori, non stiamo parlando solo di progettazione, soltanto di infrastrutture e servizi, stiamo parlando, prima di tutto, di impatto sulle persone, sui cittadini e sulle cittadine. E ancor di più di trasformazione e cambiamento.
E da dove si parte, per determinare questo impatto? Si parte da un sogno. Da una visione che va scelta con consapevolezza e poi tradotta in azione concreta. La domanda non è solo "cosa costruiamo" ma "come lo mettiamo a terra" – e la risposta più importante non è tecnica. Tra tutte le infrastrutture possibili, quella più determinante per il successo di qualsiasi progetto urbano è l'infrastruttura relazionale. È un po’ come dire che non si parte dalle infrastrutture, ma dalle persone.
La città, i luoghi, sono prima di tutto una trama che connette (un concetto tanto caro al Prof. Massimo Canevacci) e che restituisce alla parola "urbanità" il suo significato più profondo. Non aggregazione di edifici e funzioni, ma rete di relazioni, prossimità, senso condiviso.
Su questo presupposto, la parola "ecosistema", evocata con forza nel corso della serata, assume questo significato specifico che è collaborazione. E la collaborazione è, nella sua sostanza, un insieme di relazioni, relazioni che sono la base imprescindibile per poter parlare, in modo non retorico, di democrazia partecipativa.
Questo ragionamento ci porta inevitabilmente al tema della governance. E qui è importante sgombrare il campo da un equivoco, quando parliamo di governo del territorio non stiamo parlando di esercizio del potere, ma di scelta di indirizzo. È la capacità di orientare le energie di un sistema complesso verso una visione condivisa. E proprio dagli interventi è emerso con chiarezza quanto il tema della governance sia centrale per parlare compiutamente di partenariato pubblico-privato – non solo per la gestione interna, ma soprattutto nella dimensione esterna, nel racconto verso la comunità, nella costruzione del consenso. Ed è precisamente in questo spazio – lo spazio tra le istituzioni e i cittadini, tra la decisione pubblica e la vita concreta delle persone – che si colloca la funzione più profonda di un'organizzazione come FERPI.
C'è un concetto che, nel dibattito pubblico contemporaneo, viene dato per superato, ma che nel contesto delle trasformazioni urbane e digitali torna ad avere una rilevanza straordinaria, quello cioè di corpo intermedio. Riflessione, peraltro, su cui FERPI si è spesa molto nel tempo.
Le associazioni professionali, le federazioni di categoria, le organizzazioni della società civile strutturata non sono semplicemente aggregatori di interessi. Sono il tessuto connettivo attraverso cui una democrazia elabora, filtra e trasforma la complessità in indirizzo condiviso. Sono, per usare un'immagine concreta, l'infrastruttura relazionale della vita pubblica. Quella che – esattamente come dicevamo per le città – non si vede nei grandi annunci, ma senza la quale nessun sistema regge.
Questo ruolo è oggi più che mai sotto pressione e, insieme, più che mai necessario. Viviamo in un tempo di trasformazione accelerata – digitale, demografica, climatica, geopolitica – in cui la distanza tra chi decide e chi è impattato dalle decisioni tende ad ampliarsi, e la complessità tecnica dei temi rende sempre più difficile per i singoli cittadini orientarsi e partecipare. In questo contesto, il rischio non è solo la disintermediazione – fenomeno già in atto da anni – ma qualcosa di più insidioso: la sostituzione della mediazione professionale e associativa con algoritmi, piattaforme e logiche di engagement che simulano la partecipazione senza produrla davvero.
I corpi intermedi, quando funzionano bene, fanno una cosa precisa e preziosa, costruiscono ponti tra mondi che non si parlerebbero. Tra chi ha la competenza tecnica e chi ha la legittimità democratica. Tra chi governa e chi è governato. Tra chi innova e chi deve abitare l'innovazione.
È su questo sfondo che il ruolo di FERPI acquista una dimensione che va ben oltre la rappresentanza di una categoria professionale. FERPI non è solo la casa dei professionisti della comunicazione e delle relazioni pubbliche in Italia, è un attore che, per natura e missione, si posiziona esattamente nel punto di intersezione tra istituzioni, imprese e società civile – lo stesso punto in cui si gioca la partita della democrazia partecipativa nelle città che vogliamo costruire.
Come ha sottolineato anche Stefano De Capitani, AD Municipia del Gruppo Engineering, nel suo intervento, FERPI gioca un ruolo determinante sia sul fronte della comunicazione che su quello più ampio e strategico delle relazioni. La connessione con i cittadini non è un elemento accessorio: è condizione di legittimità di qualsiasi processo di trasformazione. L'ingaggio con gli stakeholder esterni fa la differenza tra politiche di impatto e politiche che restano annunci.
Alimentare il ruolo attivo dei cittadini nei processi di trasformazione urbana passa da tre elementi inscindibili: fiducia, credibilità e reputazione. Non come valori astratti, ma come risultato di una comunicazione professionale, coerente e misurabile – e qui entra in gioco anche la validità dei dati, l'altro filo conduttore che ha attraversato l'intera serata. I dati senza contesto sono numeri. I dati dentro una relazione di fiducia diventano orientamento, scelta, partecipazione. È l’esempio portato per Ama da Patrizio Caligiuri, Responsabile Comunicazione e Relazioni Istituzionali Ama.
Ho proposto, in conclusione, una lettura del ruolo dei professionisti FERPI come facilitatori di processo all'interno di sistemi complessi come quelli delle città contemporanee. L'innovazione non è solo tecnologica: è anche – e soprattutto – la chiave per alimentare una connessione partecipativa autentica. E quella connessione richiede persone e organizzazioni capaci di stare nella complessità senza semplificarla, di costruire alleanze tra istituzioni, imprese e cittadini senza ridurre nessuna delle parti a un pubblico passivo.
In un tempo in cui si parla molto di disintermediazione e poco di qualità della mediazione, FERPI ha la responsabilità – e l'opportunità – di dimostrare che i corpi intermedi non sono un residuo del Novecento. Sono, al contrario, una delle risposte più sofisticate che le società democratiche abbiano saputo elaborare di fronte alla complessità. E la loro forza non viene dall'autorità, ma esattamente da ciò di cui si è parlato nell’iniziativa, dalla capacità cioè di mettere in relazione, di costruire fiducia, di dare senso condiviso alla trasformazione. Da qui anche la proposta di render fin da subito operativo un “laboratorio” che, partendo da Roma, sviluppi appieno questa piattaforma e la sua agibilità applicativa.
Nessuna città può dirsi davvero intelligente senza questa capacità. E nessuna trasformazione è davvero sostenibile senza chi sappia tenerla insieme.