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Quando la meraviglia diventa messaggio

11/02/2026

Caterina Banella

Guardare la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina è stata un’esperienza immersiva, emotiva e allo stesso tempo lucidissima sul piano comunicativo.

 

È  la prima volta che ho seguito una cerimonia olimpica dall’inizio alla fine senza distrarmi, senza stancarmi, senza quel senso di “troppo” che spesso accompagna questi appuntamenti. Non per patriottismo, ma per una parola chiave che non così spesso trova spazio nella comunicazione contemporanea: meraviglia.



La perfezione è stata evidente. Nessun momento fuori posto, nessuna sbavatura, nessuna caduta di ritmo. L’organizzazione impeccabile e un’armonia, non a caso parola chiave della cerimonia, davvero rara tra persone, parole, simboli e immagini. Tutto era al servizio di un racconto coerente che ha saputo tenere insieme complessità e leggerezza, profondità e bellezza.


È stata anche una cerimonia inclusiva nei linguaggi. La musica ha attraversato mondi diversi – dalla lirica di Andrea Bocelli all’elettronica di Mace fino al vintage dei Fratelli Righeira – e poi il fumetto, la pittura, il design, la danza hanno dialogato in uno spettacolo pensato davvero per tutti, senza gerarchie culturali.



Misurato e toccante anche il passaggio dedicato alla pace: la colomba che prende forma a terra con i corpi dei ballerini ha restituito un’immagine potente perché silenziosa. Le parole di un classico come Gianni Rodari  si sono fatte presenza viva nell’interpretazione di un artista a tratti scomodo come Ghali, dimostrando come la comunicazione più efficace è anche quella che fa dialogare semplicità e complessità, memoria e attualità.



Ho visto il meglio dell’umanità negli atleti, ma anche il meglio della creatività e della comunicazione. La forza delle immagini, la sobrietà raffinata – fino all’eleganza superlativa firmata Armani – hanno restituito un’idea di Italia contemporanea, credibile e intera nella sua bellezza.



Particolarmente riusciti gli interventi istituzionali.

Giovanni Malagò, Presidente della Fondazione Milano Cortina, e la Presidente del CIO, Kirsty Coventry, hanno mostrato una retorica fatta di strutture solide, concetti ispiratori, pause e parole da cui ho imparato tanto e tanto c’è da imparare.

 

E poi quel passaggio, così semplice e così potente, sul concetto di ubuntu, richiamato dalla Coventry: “Io sono perché noi siamo”.

 

Un messaggio in cui ciascuno può riconoscersi, pronunciato senza enfasi, reso col cuore prima che con le parole e percepibile in tutta la sua autenticità.

 

Per chi fa il nostro mestiere, davvero un identikit del contenuto perfetto.

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