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Riforme: la grande stagione in arrivo

30/07/2026

Daniela Bianchi, Vicepresidente FERPI*

Prima degli schemi, la domanda da cui conviene partire.

 

Dopo l'estate FERPI aprirà la sua stagione delle riforme. Un lavoro sullo statuto e sulla governance da affrontare con la cura che i temi complessi richiedono. Prima ancora degli schemi, però, c'è una domanda da cui conviene partire.

 

Quando un'organizzazione decide di riformarsi, la prima parola che pronuncia è quasi sempre la stessa: regole. È la reazione più naturale, anche se è quasi sempre quella sbagliata. Perché mette al centro lo strumento e lascia in ombra ciò a cui lo strumento dovrebbe servire. La domanda giusta è un'altra: cosa vogliamo essere capaci di esprimere, e che oggi la nostra forma ci impedisce di dire?

 

Ed è da questa domanda che partiremo.

 

La governance non è il fine. È la condizione. È lo strumento che permette, o impedisce, a un'organizzazione di esprimere ciò che è, e ciò che vuole diventare. Ridurla a un insieme di norme significa scambiare la grammatica per il discorso.

 

Si riforma quando la distanza tra ciò che siamo diventati e ciò che la nostra forma ci consente di esprimere ha raggiunto un punto di non ritorno, quello che Enrico Cerni, nella sua lezione sulla Complessità, organizzata da FerpiLAB e CASP, chiama tipping point. L'acqua raffreddata un grado alla volta resta sempre acqua, finché di colpo diventa ghiaccio e il paesaggio è irriconoscibile. Quindi si riforma non per riparare un guasto, né per riprendere il controllo, perché in un mondo complesso il mare non si governa, al massimo si legge. Si riforma per restare navigabili.

 

E quando a riformarsi è l'associazione che rappresenta una professione che vive una trasformazione, chi di mestiere governa relazioni, questa si guarda allo specchio e deve applicare a sé la disciplina che offre agli altri. È un banco di prova di coerenza.

 

Qui torna utile la rotta di Toni Muzi Falconi, ripresa nel grande lavoro collettivo che è Authentic Glow Worms: le relazioni pubbliche sono la governance delle relazioni tra attori interdipendenti. Il vero oggetto di una riforma, quindi, non è l'organigramma, ma la trama; non i ruoli, ma i legami che i ruoli rendono possibili. E i suoi tre pilastri ne restano la bussola: l'ascolto, perché la mappa può avere i suoi punti fermi, ma la rotta si scopre navigando, e navigare, qui, vuol dire ascoltare; il cambiamento, perché nella complessità non si pianifica, si sperimenta e si apprende; la relazione, perché ogni scelta va misurata su una domanda sola, costruisce fiducia o la erode?

 

Una domanda ben posta, all'inizio di una stagione di riforme, unisce, senza pretendere subito la stessa risposta.

 

Cerni chiude la sua lezione con un'immagine che vale anche qui, la bussola dei valori regge quando le mappe non bastano più. Nessuno schema può prevedere il mare che troverà. Ma un'organizzazione che sa cosa vuole esprimere ha una bussola.

 

E c'è un punto fermo che questa bussola segna, e che varrà la pena tenere davanti per tutta la stagione che si apre: la fiducia non si genera semplificando la complessità o rendendo omogenee le persone. Una riforma non serve a ridurre le molte voci a una sola. Serve a darsi una forma capace di tenerle insieme. Sarà un gran lavoro…Intanto buona estate in attesa della grande stagione che verrà!

 


*con Delega alle Riforme e ai Territori

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