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Rompiamo il silenzio degli innocenti

13/01/2015

Simonetta Blasi

Il tema dell’immigrazione è stato al centro dell’ultimo appuntamento del ciclo Microfoni Spenti, dal titolo Comunicazione di frontiera: i nuovi cittadini, organizzato lo scorso 18 dicembre a Roma dal gruppo Terzo Settore di Ferpi Lazio. La sintesi dell’incontro di Simonetta Blasi.

Un incontro fertile quello di Microfoni Spenti, svoltosi mercoledì 18 dicembre a Roma dal titolo La comunicazione di frontiera: i nuovi cittadini – organizzato dal gruppo Terzo Settore di Ferpi Lazio – che ha visto la partecipazione di Laura Bastianetto, Responsabile comunicazione Croce Rossa Italiana, Stephen Ogongo, Direttore AfricaNews – Stranieri in Italia,Antonio Ricci, redattore Senior Idos Centro Studi Immigrazione, e Stefano De Carlo, Capo Missione Italia di Medici Senza Frontiere.

Obiettivo dell’incontro, realizzato proprio in occasione della Giornata Internazionale dei Migranti, è stato riportare al centro della riflessione il ruolo della comunicazione durante le crisi e le tragedie e nei processi di integrazione dei nuovi cittadini.

Laura Bastianetto, già impegnata a Lampedusa dove ha seguito la contemporanea presenza di 5 mila migranti e 5 mila residenti, ha parlato della discriminazione operata dai media con l’abuso delle ‘emergenze’, dietro cui i si celano i ben noti interessi economici, e ha citato il Centro di Accoglienza Fenoglio quale punta di eccellenza nei processi di accoglienza e inclusione.

Stefano De Carlo si è soffermato sulla difficoltà della comunicazione nell’evocare quell’empatia indispensabile a generare il cambiamento sociale e la partecipazione attiva a sostegno delle persone e delle comunità disagiate. Difficile far emergere nell’agenda dei media alcuni temi come, ad esempio, le violenze subite dai civili in Libia. ‘Si parla più facilmente di Ebola’ ha aggiunto il responsabile delle opere umanitarie di MSF, a sottolineare che la comunicazione mainstream si concentra sempre su quanto fa ‘audience’ anche se genera a sua volta discriminazione e conflitto sociale.

La parola è poi passata a Stephan Ogongo che ha rovesciato la prospettiva descrivendo un sentire smarrito e sconnesso – quello di quanti arrivano in un Paese di cui non comprendono affatto la lingua – che si aggrava a causa degli stereotipi che il giornalismo reitera come la definizione sinistra e fuorviante di ‘clandestini’; spesso impropria perché si arriva provvisti di visto, ma poi la disinformazione sulla richiesta del permesso di soggiorno in Questura trasforma questi nuovi cittadini in ‘fuorilegge’. Ogongo ha denunciato apertamente il disinteresse delle forze politiche per la tutela dei migranti quanto, piuttosto, le sporadiche adesioni che sono sempre mosse da senso di opportunità, un atteggiamento che cesserà di essere tale quando ai nuovi cittadini sarà riconosciuto il diritto di voto.

La staffetta degli interventi ha visto, poi, l’intervento di Antonio Ricci che ha ricordato il Rapporto Unar sull’immigrazione citando dati che dovrebbero essere promossi e diffusi per ridimensionare gli allarmismi mediatici e magari riorientare il linguaggio delle notizie nel rispetto della Carta di Roma. A questo link è possibile scaricare la preziosa guida per gli operatori dell’informazione relativa alla comunicazione dell’immigrazione.

Ha chiuso il parterre Lorella Salce, Capo Ufficio Stampa Regina Elena – San Gallicano IFO – Spallanzani e collega della FERPI, che ha illustrato l’interessante avventura del docufilm ‘Io sto con la sposa’, realizzato grazie ad un’operazione di crowdfunding, ponendosi come esempio di una comunicazione ‘altra’ in grado di portare la riflessione ‘oltre’. Con il sapore dell’avventura on the road, tinta di approfondimenti intimisti, il film è una storia vera che rilancia con forza il tema della solidarietà quale chiave di redenzione della famiglia umana.

Alla fine degli interventi qualche riflessione/provocazione del pubblico tra cui, soprattutto, quella di Toni Muzi Falconi sul tema delle nuove schiavitù – sono stimate in 36 milioni le persone che nel mondo sono in una condizione di schiavitù.

Le risposte non sono mancate perché, il così detto, ‘human traffic’ produce cifre da capogiro attraverso lo sfruttamento degli organi, quello lavorativo e sessuale; solo in Italia il Viminale dichiara la scomparsa di 9.336 minori, anche in questo caso questa situazione non fa notizia. Alla fine, la comunicazione di frontiera per i nuovi cittadini ne esce davvero male: si parla a sproposito, delle cose importanti poi poco o nulla, si cavalca l’onda emotiva – da sfruttare nel caso serva ri-orientare il consenso politico – e l’informazione è spesso scadente e superficiale. Forse perché il settore non è ‘ricco’ come accade per la finanza, le nuove tecnologie o il calcio e forse perché le persone preferiscono girare la testa altrove, laddove le strategie di distrazione di massa le stanno abilmente conducendo. Ma se le cose stanno così allora non si salva più nessuno: non i migranti – invisibili o discriminati – e nemmeno i cittadini che nel mondo esercitano i propri diritti: perché trentasei milioni di persone ridotte a una schiavitù silenziata sono la dimostrazione che oltre ad aver perso la libertà abbiamo tutti smarrito la coscienza che poi è l’unica qualità che ci rende ancora umani.

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