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Capire il futuro per cambiare il presente

15/12/2011

Recentemente si è tenuto a Bari il IX° Congresso nazionale di Legambiente _Capire il futuro per cambiare il presente._ Abbiamo aincontrato _Rossella Muroni,_ direttore della principale associazione ambientalista del Paese, per sottoporle alcune questioni intorno al tema dell’intreccio sempre più stretto tra economia, sostenibilità e comunicazione.

di Mariangela Cassano e Sergio Vazzoler
Partiamo dal titolo del vostro congresso, Capire il futuro per cambiare il presente: in che modo risponderete alle nuove sfide per la salvaguardia dell’ambiente che ci attendono nei prossimi anni?

Abbiamo individuato tre grandi questioni su cui lavorare mobilitando tutta l’associazione nei prossimi anni: l’uscita dal fossile, la rigenerazione delle città e la lotta contro il consumo di suolo e, infine, il raggiungimento della sicurezza dagli inquinamenti ma soprattutto dal dissesto idrogeologico. Parallelamente abbiamo deciso di impegnarci in una campagna per il riconoscimento del diritto di voto alle amministrative agli immigrati. Come sempre terremo insieme l’ambientalismo scientifico con dossier, approfondimenti, dati e l’ambientalismo “popolare” con campagne, iniziative di piazza, informazione ed educazione ambientale.

A proposito di campagne e comunicazione, come cambia il modo di comunicare di Legambiente con la nuova “sfera pubblica” in rete?
Per un’associazione come la nostra, che ha fatto dell’approfondimento e dell’ambientalismo scientifico gli assi portanti, è difficile
comunicare in maniera “veloce e superficiale” come la rete richiede. Se si aggiunge poi che la sfera pubblica in rete alcune volte è lungi da essere anche “vera”, si capisce 
perché i soggetti tradizionali come le associazioni nazionali e internazionali debbano fare i conti con una dimensione utile ma spesso anche incontrollabile.
Detto questo, negli ultimi due anni abbiamo iniziato ad utilizzare intensamente i social media, utili per informare ma anche per intercettare sensibilità ed esperienze. Ma anche nei prossimi anni continueremo a non trascurare la comunicazione diretta con le persone, fatta di iniziative e campagne.
Veniamo al rapporto tra imprese e sostenibilità: negli ultimi anni hanno moltiplicato la loro attenzione verso questo tema. Eppure sappiamo quanto sia ancora difficile realizzare infrastrutture e impianti in Italia: quali sono i nodi irrisolti nel dialogo tra imprese e territori?
Il problema è una cultura d’impresa ancora legata a vecchie logiche. Accanto ad una nuova attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità, è necessario sviluppare una nuova cultura in cui la relazione con il territorio e le comunità sia prioritaria.

La crisi economica del Paese ha prodotto anche il cambio di governo: se Legambiente potesse proporre delle azioni concrete al Premier Monti, cosa suggerirebbe per rispondere in maniera adeguata alla crisi che stiamo attraversando?
Noi abbiamo fatto al governo proposte precise. Siamo arrivati ad individuare una nostra “manovra economica”. Dai nostri calcoli sono oltre 21 i miliardi di euro reperibili guardando all’ambiente e tagliando gli sprechi. Quasi 7 MLD da auto, cave, acque minerali, discariche, rendite finanziarie e accise su carburanti per coprire i tagli al trasporto locale. Oltre 14 MLD eliminando costi di infrastrutture inutili, emergenze ambientali, ritardi su Kyoto, spese militari, agevolazioni all’autotrasporto e combattendo illegalità e evasione.
Da Kyoto a Durban: in questi anni è diventata chiara a tutti la centralità delle questioni ambientali di fronte ai profondi cambiamenti in atto. Come giudicate gli esiti del recente vertice mondiale di Durban?
A Durban dopo lunghi e difficili negoziati si è riusciti ad evitare il fallimento e rinnovare il Protocollo di Kyoto come regime di transizione verso un nuovo accordo globale che dovrà coinvolgere anche le maggiori economie del pianeta, superando l’attuale contrapposizione tra paesi industrializzati e in via di sviluppo. 
La “Piattaforma di Durban” prevede infatti la sottoscrizione di un nuovo accordo globale entro il 2015 e la sua applicazione a partire dal 2020. Esito questo non scontato visto l’ostruzionismo degli Stati Uniti, sostenuti da Canada Australia e Nuova Zelanda con Russia e Giappone a dar loro manforte. 
Purtroppo nel pacchetto di decisioni adottate a Durban i governi non sono stati in grado di raggiungere anche un accordo su come colmare il cosiddetto “gigatonne gap”, ossia il divario – stimato dall’UNEP tra 6 e 11 gigatonne di CO2 – tra gli attuali impegni di riduzione delle emissioni e quelli necessari per contenere il surriscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. L’Europa da subito si deve fare promotrice, con il sostegno dell’Italia, di un piano per colmare questo gap e aggiornare al 30% il proprio impegno di riduzione delle emissioni di gas-serra al 2020. Per l’Europa si tratta di un impegno che non richiede grandi sforzi aggiuntivi e in linea con le politiche climatiche ed energetiche adottate a livello comunitario.

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