Sergio Baraldi
Ospitiamo un’attenta riflessione di Sergio Baraldi, già direttore di numerosi quotidiani locali del gruppo L’Espresso-La Repubblica, poi Gedi e direttore editoriale dei giornali locali del Gruppo, e nostro speaker a InspiringPR.
I giornali sono di nuovo “comprati e venduti”, secondo il titolo di un libro di Giampaolo Pansa. Le cessioni di Repubblica, della Stampa, della Nazione, del Resto del Carlino, del Giorno, rischiano di cambiare non solo il panorama dei media, ma di diventare lo specchio della crisi del giornalismo italiano. Riemerge, in forme nuove, uno scenario che risale agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Il boom economico aveva trasformato un paese arretrato e agricolo in una nazione industrializzata. Il “miracolo” italiano si è caratterizzato come una modernizzazione dall’alto, guidata dalla politica. Ma il giornalismo, ha scritto il professore Sorrentino, ha avuto scarsa rilevanza come fattore di crescita culturale, perché i luoghi attraverso cui si è realizzato il cambiamento sono stati la politica, l’economia, la vita quotidiana.
I media dalla subalternità alla centralità
Giornali e tv pubblica svolsero una funzione di secondo piano: diffondere informazioni, idee, simboli, una cultura elaborate dalla classe dirigente, secondo i rapporti di potere interni alle élite politiche e economiche. Non erano i giornali i “definitori primari” descritti da Stuart Hall. Anzi il fatto che la collocazione politica delle testate fosse il loro unico posizionamento, ne confermava la subalternità. Si affermò il modello del “parallelismo politico”, indicato da Hallin e Mancini, che segna il legame tra media e partiti.
I giornali non riflettevano una società in trasformazione nonostante conflitti attivati da fenomeni come l’industrializzazione, la migrazione, l’urbanizzazione. Riflettevano le linee dominanti della classe politica di governo o in pochi casi dell’opposizione. Sistema politico e sistema economico convergevano nel considerare i giornali strumento per le proprie strategie. Negli anni Settanta lo scenario mutò. Il sistema dei media visse un cambiamento profondo e conquistò una progressiva centralità sociale.
Dopo il 1968 erano emersi nuovi soggetti: le donne, i giovani, il movimento operaio, che avanzarono una domanda di rappresentazione della realtà discontinua rispetto al passato. Eugenio Scalfari fondò Repubblica nel 1976, il quotidiano che ha cambiato il giornalismo. Repubblica ha interpretato le nuove istanze: la moltiplicazione dei temi da trattare, i nuovi soggetti sociali da raccontare, le nuove idee da discutere, la contaminazione tra i generi. Piero Ottone avviò il rinnovamento del Corriere della Sera, che compie in questi giorni i 150 anni. I luoghi tradizionali della mediazione culturale e politica avevano perso centralità. La società si era differenziata. I cittadini cercavano altri luoghi dove definire la comunità nazionale e il suo sentire comune. La politica imparò a coltivare un’immagine pubblica, piegandosi alla media logic.
La nascita della tv commerciale di Berlusconi completò la strutturazione e diversificazione del sistema mediatico. Il risultato di questo mutamento, al quale contribuirono le lotte dei giornalisti, fu una ristrutturazione dell’offerta. I lettori cominciarono ad acquisire competenze nel consumo dell’informazione. Il giornalismo si sottrasse alla tutela politica. Un peso fondamentale l’ha avuto la creazione del mercato dei media. In pochi anni, dal 1979 al 1984, il mercato pubblicitario passò da 700 miliardi di lire di fatturato a oltre 7 mila. Le imprese editoriali generavano profitto, rafforzavano la propria autonomia.
Nella divaricazione tra politica ed economia, il giornalismo diventò il luogo principale della rappresentazione del Paese, la piazza dove gli italiani si incontravano, si riconoscevano, discutevano. Fu una stagione di relativa libertà.
Nuova convergenza di interessi contro i media
Quella fase oggi sembra concludersi. Il giornalismo affronta una crisi complessa. Rischia un declino produttivo e organizzativo a causa della trasformazione tecnologica digitale del sistema mediale. È insidiato da una crisi di fiducia per il cambiamento che ha investito la sfera pubblica ormai plurale. Ma soprattutto è aggredito da una crisi economica. Molte risorse pubblicitarie sono dirottate verso le piattaforme digitali, il calo delle vendite di quotidiani e riviste, trascina il mercato editoriale in perdita. In questo scenario negativo si è saldata una nuova convergenza di interessi tra sistema politico e sistema economico.
Nei giornali viene messo in discussione l'equilibrio, per ricordare Bourdieu, tra capitale culturale-giornalistico e capitale economico e tecnologico. La politica e l’economia tendono ad assumere il controllo del processo informativo, dopo che la trasformazione digitale ne ha sottratto il monopolio al giornalismo. Il primato della funzione sociale dell’informazione deve fare i conti con la logica economica e politica. Del resto l’obiettivo di partiti e imprese è la conquista dei pubblici, della loro attenzione. La politica compete per il consenso in una società frammentata, divisa, sovraccaricata di informazioni. L’economia è alla ricerca di un modello di business che garantisca la sopravvivenza delle aziende editoriali. L’informazione diventa risorsa di scambio con la politica e deve seguire la linea imprenditoriale. È la nuova logica del capitalismo politico, cioè dell’intreccio tra potere politico e potere economico, che vede l’integrazione nel mercato dell’azione dello Stato. La posta in gioco è l’influenza, la manipolazione, la messa a valore dell’opinione pubblica.
La politica tenta di governare tre strategie: la conferma dei comportamenti elettorali, l’attivazione degli incerti che si astengono, lo spostamento di consenso. “La democrazia è governo dell’opinione” ha spiegato Sartori. La nuova convergenza tra sistema politico e capitalismo politico si realizza in un contesto completamente nuovo. La società ha dovuto affrontare la policrisi, l’interconnessione di crisi economica, geopolitica (guerre), sociale (immigrazione), che ha avuto un impatto sulle democrazie. L’innovazione tecnologica, ultima l’IA, consente di acquisire la capacità di conoscere e anticipare comportamenti ed emozioni collettivi e personali.
Il capitalismo di sorveglianza, secondo Zuboff, riesce a modificare il comportamento attraverso l’estrazione di dati, il cui utilizzo pone le basi per il successo di un leader, di un partito, di un prodotto. A rendere necessarie le strategie dell’influenza concorre poi la polarizzazione, che mobilita l’identità dei cittadini. Per quanto indebolito dal nuovo sistema ibrido dei media, il giornalismo deve affrontare la sfida. Resta un attore fondamentale: il giornalismo non informa soltanto, rappresentata una concezione del mondo, che incide sulla rappresentazione degli individui. Costituisce la più importante forma di conoscenza sulla società.
I giornali restano nodi d’accesso chiave anche se non più unici. La disintermediazione (tutti che possono interagire con tutti) e l’abbondanza di informazioni (spesso ingannevoli) restituiscono al giornalismo professionale la sua missione: attraverso la raccolta, la verifica, la selezione, la gerarchizzazione dell’informazione, mette in forma il mondo. Contestualizza i fatti, organizza interpretazione e significato. I giornali così tornano ad essere oggetto di desiderio nell’arena dell’opinione pubblica, dove si gioca il conflitto tra interessi e valori. Ma nella partita non ci sono solo editori, politici e giornalisti. Partecipano anche i lettori, che chiedono un nuovo patto informativo.