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Il Governo Monti e le sfide della comunicazione

07/03/2012

Continua il dibattito sullo stile del Premier, a cento giorni dal suo incarico. Un governo politico o tecnico? Certamente un esecutivo che mette in luce la crisi di credibilità dei partiti. Ma davvero le ragioni del sostegno popolare a Mario Monti sono diverse da quelle che sono state alla base del consenso elettorale di Silvio Berlusconi? L’analisi di _Andrea Ferrazzi._

di Andrea Ferrazzi
In occasione dei primi cento giorni di attività, sono stati molti i commenti e le riflessioni sulla natura, sullo stile (anche comunicativo) e sugli effetti del governo guidato da Mario Monti. E’ un governo politico o tecnico? Nasce da una “sospensione della democrazia” oppure trova piena legittimazione nel voto parlamentare? Provocherà una deflagrazione del sistema politico italiano o è soltanto una parentesi all’interno della Seconda Repubblica? E’ figlio del fallimento dei partiti e, quindi, della politica o è una macchinazione dei poteri forti che già da mesi avevano tramato per provocare la caduta dell’asse Pdl-Lega, con il contributo del Capo dello Stato?
Le risposte a questi e altri interrogativi ovviamente variano a seconda della posizione di partenza, ovvero della sensibilità e dell’appartenenza politica. Ma tutti, o quasi, ammettono quel che i sondaggi certificano: nonostante alcuni provvedimenti da “lacrime e sangue”, la maggioranza degli italiani nutre fiducia verso il premier. Perché? “Strano a dirsi – scrive Filippo Ceccarelli su La Repubblica – ma nel misterioso brodo di segni anche contraddittori che accompagna l’esercizio del potere, proprio la spietatezza quasi anatomica della manovra, quel gelido tagliare, quel massacro inflessibile, quella crudele dissezione nel corpo sociale, ha vieppiù popolarizzato, per così dire, la figura di Monti, trascinandola in una dimensione che qui si oserebbe definire sacrificale”. Stefano Folli (Sole 24 Ore) individua altre ragioni del successo montiano: “In un certo senso il governo “tecnico”, unendo via via i tasselli della sua azione, riesce ormai a esprimere una visione coerente del paese. Siamo quindi nella più autentica dimensione politica, tanto più che nessuna coalizione, fra quelle che si sono succedute nell’ultimo quindicennio, è riuscita ad essere altrettanto efficace nell’indicare i propri obiettivi”. Philippe Ridet su Le Monde sostiene addirittura che “l’ex commissario europeo è riuscito a imporre il suo stile a un’Italia stanca e nauseata dagli eccessi di Silvio Berlusconi”. E aggiunge: “Dopo diverse stagioni di bunga bunga in cui si facevano incantare dalle prodezze sessuali del loro premier, gli italiani si sono convertiti dall’oggi al domani all’austerità del suo successore. Il passaggio dal vizio alla virtù è avvenuto in ventiquattro ore: forse è un nuovo esempio di trasformismo, la capacità tutta italiana di passare da un regime all’altro”. C’è davvero stato un cambiamento culturale nel paese, un passaggio dal gossip allo spread, dalle veline alle slide? Secondo Paolo Flores D’Arcais, più semplicemente e più realisticamente, “questo governo è popolare perché è vissuto come antipolitico, benché in realtà non sia neppure antipartitocratico”.
In effetti, i commentatori politici sembrano essere piuttosto d’accordo su un punto: la “montifilia” o “montimania” o, ancora, la “montilatria” (per citare ancora Filippo Ceccarelli) si spiega anche, e forse soprattutto, in relazione alla crisi di credibilità dei partiti nati dalle ceneri della Seconda Repubblica. Come afferma Ilvo Diamanti, in questi cento giorni, è emersa “una domanda di rappresentanza politica diversa” che si sostanzia in un “Populismo Aristocratico”, in cui “il premier si rivolge e risponde agli elettori direttamente, attraverso i media” e in modo sobrio. I partiti restano dunque sullo sfondo e, al loro interno, cercano di capire le ragioni di un paradosso solo apparente. Per dirla con le parole di Giancarlo Bosetti, hanno lasciato ai tecnici il compito, per loro impossibile, di distribuire medicine amare e ora si trovano a scoprire che con le medicine amare si raccolgono più voti che con i loro sciroppi dolciastri, a dimostrazione che “l’idea della politica come custodia di un bagaglio o come gestione di un orto non trova riscontri né nella pratica né nella scienza politica”. In altri termini, sembra proprio che la politica che affronta e risolve i problemi con competenza e a volte con scelte impopolari guadagni consensi e credibilità. Al contrario di chi prende le decisioni sulla base dei sondaggi di opinione. Dei malati di presentismo. E di presenzialismo.
E’ davvero così? La questione, a mio avviso, va inquadrata in una dimensione storica più ampia. Siamo davvero sicuri che le ragioni del sostegno popolare all’attuale governo tecnico siano profondamente diverse da quelle che sono state alla base del consenso elettorale di Silvio Berlusconi? Pensateci. Il Cavaliere si è affermato narrando una storia di successo, quella dell’imprenditore affermato sceso in campo per cambiare e modernizzare l’Italia, dopo che i politici di professione si erano rivelati assolutamente inadeguati. Si è imposto, insomma, cavalcando l’onda dell’antipolitica che aveva sommerso la Prima Repubblica, proponendosi non come un tecnico o come un professore, ma comunque come una personalità che era altro rispetto al teatrino della politica. Lanciando un partito con le più moderne tecniche della comunicazione e del marketing, è riuscito a intercettare gli umori e le speranze di un’ampia fetta dell’elettorato. Voleva rappresentare l’Italia del fare, in contrasto con la politica politicante. Per lungo tempo quest’operazione è riuscita. Anche nei momenti più difficili, l’ex premier era riconosciuto come “imprenditore prestato alla politica” e il suo giocare fuori dagli schemi, tra gaffe internazionali e barzellette istituzionalizzate, rafforzava quell’immagine, scavando nel contempo un solco tra due “Italie”. Quella che stava con Silvio Berlusconi, anche e soprattutto per il suo essere un non-politico che è riuscito a riempire la propria vita di successi economici e sportivi, e quella che finiva per ricondurre tutti i mali del Paese al Caimano, visto come male assoluto, come nemico della democrazia, come anomalia da eliminare a tutti i costi.
Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica non ha dunque comportato l’affermazione di quella che Sergio Fabbrini chiama la democrazia dell’output, dove “la possibilità dell’alternanza al governo tra opzioni alternative” favorisce l’esistenza di “un incentivo formidabile a considerare (da parte degli elettori) i risultati dell’azione governativa, e non solo i suoi presupposti”. Al contrario di quel che accade in altre democrazie competitive, in Italia è rimasta marginale “la capacità governativa di fornire ai cittadini un’uscita in termini di servizi pubblici efficienti ed economici”. Siamo rimasti una “democrazia dell’input”, dove “le elezioni non si vincono sulla base del rendimento governativo” e “l’incentivo alla specializzazione del personale politico è assai più contenuto”. Ecco perché, analogamente a quanto accaduto alla fine degli anni Ottanta, la complessità dei problemi sul tappeto, unita a un approccio ideologico, miope e orientato al consenso, ha messo a nudo l’impreparazione del personale partitico a fornire risposte adeguate, rendendo così quasi inevitabile l’ingresso dei tecnici al governo del paese. Quel che è dunque mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alla policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. La mancanza un terreno comune di regole condivise, il degrado morale all’interno dei partiti e l’emergere di privilegi ancor più inaccettabili in un’epoca di crisi si sono così saldati all’incapacità di affrontare con competenza le complesse questioni politiche ed economiche, provocando quel che è sotto gli occhi di tutti: il default della politica (per riprendere il titolo di un interessante libro) e il conseguente dilagare dell’antipolitica. Di qui il successo del governo tecnico: sobrio, competente e soprattutto non politico.
A questo punto, però, la sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica. Da questo punto di vista, anche la comunicazione può e deve svolgere un ruolo fondamentale. Come suggerisce Giancarlo Bosetti: “La politica non è la stessa cosa dei sondaggi, ma un processo che prevede, in democrazia, l’evolvere dei giudizi attraverso la discussione e la riflessione. E – miracolo – le opinioni cambiano, evolvono, tengono conto, e molto, dell’interesse generale e del futuro, non solo, ottusamente, della propria bottega di oggi”. Comunicare la politica è qualcosa di diverso, e di più complesso, che promuovere una marca di detersivo o di dentifricio: dalle relazioni pubbliche sappiamo che la credibilità si costruisce in modo diverso dall’immagine. Per troppi anni abbiamo perso di vista questa semplice verità. E oggi ne paghiamo, tutti, le conseguenze.

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