Diana Daneluz, Referente FERPI per le Relazioni con la Stampa
Dal 21° Rapporto Censis emerge un sistema informativo frammentato e sfiduciato, tra nuovi formati e crisi di credibilità. Per comunicatori e relatori pubblici, la sfida è ricostruire fiducia in un ecosistema sempre più complesso e ibrido.
Un titolo forte, che non si riferisce solo al contesto storico belligerante in cui esce, non solo dà conto, letteralmente, dei 129 giornalisti che hanno perso la vita sul campo, ma allude alla grave crisi, nell’ecosistema mediatico, dell’informazione professionale, nel mirino da molto tempo per fattori sistemici e strutturali. E, come conferma lo studio, sfiduciata. Accusata di parzialità, di manipolazione, di tradimento del patto implicito con i propri lettori e spettatori: il rispetto del diritto di essere informati con onestà e completezza.
Su questo si sono confrontati il 28 aprile scorso, all’Accademia di San Luca a Roma, Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, Andrea Toma, responsabile dell’Area Economia, lavoro e territorio dell’istituto, che ha illustrato il rapporto, e con loro un panel di voci autorevoli e diverse: Juan Carlos De Martin (Politecnico di Torino), Mirco Dondi e Anna Maria Lorusso (Università di Bologna), Francesco Giorgino (RAI, Luiss), Monica Mondo (Tv2000), Alberto Negri (Il Manifesto), Alice Valeria Oliveri (giornalista e massmediologa) e Stefano Selli (Mediaset). E cosa è emerso dallo studio e dal confronto?
I numeri sono quelli affidabili che il Censis restituisce da oltre venti anni con la medesima metodologia e continuità nel suo sforzo interpretativo sui cambiamenti della società e dei consumi mediatici degli italiani. Oltre vent’anni di trasformazioni non solo tecnologiche, ma sociali. Numeri che parlano oggi di un sistema in precario equilibrio. Grandi numeri che non cambiano, ma che mostrano sotto la superficie tendenze che ridisegnano abitudini, gerarchie e fiducia nell’informazione. Gli aggettivi per l’informazione mainstream restituiti dal campione sono tutti negativi, a testimoniare disincanto e distacco.
La televisione si trasforma, ma non sparisce. Anzi. Stabile al 93,2% dell’utenza, con i tg generalisti che sono ancora la prima fonte di informazione nel nostro Paese, ma al suo interno vede una trasformazione significativa: la tv tradizionale perde 3,6 punti percentuali (79,5%), mentre la web tv sale al 62% e la mobile tv al 38,6%. La fruizione si sposta sugli schermi personali e on demand. Resta comunque il primato dell’audiovisivo nell’acquisizione di conoscenza. Per chi costruisce strategie di comunicazione, questo significa ripensare il mix tra broadcasting tradizionale e presenza sulle piattaforme digitali e soprattutto intensificare l’attenzione sulla qualità dei contenuti.
Tiene la radio, seguita dal 78,4% degli italiani, un medium che resiste, anche nelle sue declinazioni digitali, ma con l’autoradio ancora strumento preferito al 70%. Una radio analogica da preservare contro le grandi case automobilistiche che di fatto minacciano la sopravvivenza, cominciando a integrare sui nuovi modelli di auto sistemi di infotainment che privilegiano l’ascolto solo via Internet o tramite applicazioni, riducendo la centralità dei ricevitori radio tradizionali.
Minimi storici per la carta stampata: i quotidiani cartacei a pagamento raggiungono il picco minimo del 21%, con un calo di 46 punti percentuali dal 2007. Scendono i siti web di informazione, calati del 4,3%. L’informazione online non ha saputo raccogliere il testimone della carta. In controtendenza, i lettori di libri cartacei crescono al 42,4%, con un aumento del 2,3%.
Reel e meme entrano nell’informazione. È stato commentato durante la presentazione dello studio come il dato più rilevante per i comunicatori: 7 italiani su 10 tra chi usa i social includono i reel nel proprio universo informativo, se non come fonte autorevole, sicuramente come porta d’accesso alle notizie. Il 22,6% degli italiani si è imbattuto in un meme che gli ha fatto scoprire una notizia di attualità, politica o cultura, e la percentuale sale al 31,1% tra gli under 30. Per la comunicazione istituzionale e d’impresa, ignorare questi formati significa rinunciare a segmenti crescenti di pubblico. Sui reel, commenti discordi tra i presenti al confronto sul rapporto: c’è chi ne ha fatto una lettura apocalittica e vi ha visto il degrado dell’informazione sui social, chi invece una testimonianza non più trascurabile dell’esigenza di intercettare un pubblico che evidentemente non accede alla comunicazione della realtà se non attraverso questi mezzi.
Dalla sfiducia per l’informazione mainstream alla ricerca di informazione alternativa (che però spesso rimane insoddisfatta): il 66,4% degli italiani verifica la veridicità delle notizie dei media principali e il 59,5% si attiva per evitare di informarsi solo attraverso i media più diffusi. Il 64,6% verifica le notizie dei media indipendenti o delle fonti alternative. Un pubblico sempre più attivo e selettivo, che chiede credibilità e trasparenza.
L’IA resta il tema più divisivo: la maggioranza degli italiani, il 61,6%, non si sentirebbe a proprio agio nell’informarsi attraverso un contenuto interamente generato dall’IA. Tra chi è favorevole, il 30,1% lo accetterebbe solo con supervisione umana. Un dato che invita i comunicatori a presidiare con cura la qualità e la trasparenza dei contenuti prodotti con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Il Rapporto Censis restituisce quindi un’audience dell’informazione frammentata, critica e in cerca di autenticità. Per FERPI è una conferma: la comunicazione efficace oggi richiede presidio multicanale, capacità di adattare i messaggi ai nuovi formati e, soprattutto, un solido ancoraggio alla credibilità. In un ecosistema che cambia forma ma non abbandona i media tradizionali, lavora bene chi sa stare su più fronti con coerenza e onestà intellettuale.
I labili confini sono quelli tra informazione, comunicazione e marketing, che tendono a fondersi e confondersi continuamente, peculiarità dell’ecosistema comunicativo digitale. Provocatoriamente Francesco Giorgino parla di un’era di informazione senza giornalismo e di giornalismo senza informazione: una fetta consistente di pubblico fruisce di quella che crede sia informazione, ma informazione non è perché non è esito di processi di produzione professionale dell’informazione; le logiche del mercato d’altronde hanno innegabilmente influenzato il giornalismo, con giornalisti che nella gerarchia di cosa sia notiziabile scambiano l’importanza della notizia con la tendenza ad assecondare i gusti del pubblico. Ecco che la crisi del giornalismo si configura come una crisi di credibilità, non solo perché dal pubblico l’informazione è percepita come condizionata, ma forse anche perché spesso l’informazione, in una sorta di strabismo interpretativo, propone uno sguardo insufficiente sulla ipercomplessità del mondo attuale.
Gli ha fatto eco sulla perdita di credibilità della carta stampata anche Alberto Negri, editorialista e per anni giornalista sul campo: pretendere che il giornalismo sia verità è utopistico, la verità richiede tempo, giorni, a volte mesi per arrivarci. Mentre oggi, anche dall’informazione, vogliamo tutto e subito. E ci vuole denaro, investimenti. Il giornalismo, semmai, “è la verità del momento”, ma il giornalista sembra oggi aver perso una cosa fondamentale: l’attenzione ai dettagli, quel “seguire le mosche” per arrivare dove c’è ciò che va raccontato.
E sempre Giorgino elenca altre possibili ragioni di questa crisi, emerse dai dati del Rapporto: il cambiamento di postura del pubblico da passivo a iperattivo e interattivo; l’emersione della età della verosimiglianza e non del vero; la difficoltà crescente degli utenti di distinguere tra un prodotto editoriale e un prodotto non editoriale. Tra le risposte alla crisi suggerite da Giorgino, l’impegno in difesa del pluralismo, non solo politico, ma anche economico, di genere, generazionale, valoriale, territoriale e tematico; l’impegno al contrasto dell’“information disorder” – o “cattiva informazione”, tra mis-information, dis-information e mal-information – attraverso la formazione degli operatori e programmi di “media literacy”; e una sempre più invocata, ma ancora lontana, alfabetizzazione mediatica diffusa, che sviluppi la capacità di comprendere, valutare criticamente e produrre contenuti mediali in modo consapevole e di fare un uso altrettanto consapevole dei media. Il dato per cui il 34,8% degli italiani teme che l’IA produca disinformazione e fake news riflette esattamente la percezione sociale dell’information disorder come rischio sistemico crescente; l’impegno maggiore dei giornalisti nell’approfondimento e nella conoscenza dell’IA; in una parola, l’impegno a governare il cambiamento in atto.
Stefano Selli (Mediaset) le propone tra gli antidoti alla crisi e alla sfiducia. In un sistema mediatico tradizionale strutturalmente orientato al negativo, con disastri, conflitti, scandali, cronaca nera, capaci di catturare l’attenzione ma al contempo generare ansia e sfiducia, chiudere un tg con una notizia “positiva” su quanto di buono viene fatto nel nostro Paese, su chi sta lavorando per il bene. In questa direzione si sta muovendo il cosiddetto giornalismo costruttivo, che non nega i problemi ma li racconta insieme alle possibili soluzioni, ad esperienze positive. Anche per comunicatori e relatori pubblici, del resto, le buone notizie hanno un ruolo positivo. Costruiscono fiducia nel tempo, offrono narrazioni alternative (se credibili), rafforzano il senso di comunità e appartenenza, contrastano la disaffezione verso le istituzioni. Se il Rapporto descrive in aumento la diffidenza degli italiani verso i media tradizionali e la loro ricerca attiva verso fonti alternative, la comunicazione di storie positive intercetta un bisogno reale e potrebbe costruire audience fedeli.
Il 54,8% degli italiani dichiara di non aver mai sentito l’esigenza di una pausa dai social. Ma il 38,1% l’ha invece avvertita e si è attivato, limitando l’uso, disattivando o eliminando l’account, o disinstallando le app, se solo il 15,3% lo fa regolarmente. Tra le motivazioni di chi “vuole staccare” c’è l’eccessiva distrazione dalle attività quotidiane, il bisogno di recuperare tempo per sé e per attività offline, sensazione di dipendenza, ricerca di privacy, pressione sociale e confronto costante con gli altri, influenza negativa sull’umore: quasi 4 italiani su 10 avvertono il bisogno di disconnettersi, il che suggerisce una saturazione non solo quantitativa, ma anche qualitativa ed emotiva. Un pubblico che cerca meno rumore e più autenticità.
A Giorgio De Rita, e a suo padre intervenuto da remoto, Giuseppe De Rita, una vita nel e per il Censis, le ultime parole di un dibattito che resta aperto, parole che hanno voluto porre l’accento sul tema economico, sul quale si continua a glissare, come se i processi di produzione di informazione attendibile, verificata, credibile, approfondita e di qualità non avessero un costo. Il tema economico è centrale, fare buona informazione costa. E invece prevale la logica del ribasso che svilisce il lavoro dei giornalisti – con un contratto collettivo nazionale scaduto da dieci anni – e svilisce l’informazione stessa. E proprio chi fruisce di informazione, chi è interessato davvero alla comprensione di un mondo sempre più complesso, fatto di relazioni sempre più distorte, di disequilibri, disarmonie e trasformazioni che incidono su ciascuno di noi, è il primo a doversene convincere.