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Migranti: e se stavolta ci provassimo sul serio?

16/12/2020

Toni Muzi Falconi

Dal modello multiculturale dei primi anni 2000 alla gestione difensiva degli ultimi anni: la questione dei flussi migratori resta un tema cruciale per l'Italia e l'intera Europa. Il contributo di Toni Muzi Falconi lo scorso 15 dicembre a Back to the USA.

La Comunità Europea – a mio giudizio- è la più poderosa conquista della democrazia in Occidente del secondo dopoguerra.

Oggi, e già da anni, si va sfasciando, anche - ma non solo - a causa di un pessimo governo dello tsunami migratorio, che peraltro era stato previsto fin dai decenni finali del secolo scorso.

L’Italia, Paese fondatore, stenta ancora oggi a darsi una politica capace di evitare il peggio e mai immaginato: un tuffo collettivo nel suo passato razzista, populista, nazionalista e sovranista. Sappiamo infatti bene quanto per noi, in progressivo depauperamento demografico, l’immigrazione sia indispensabile e preziosa linfa vitale. Sappiamo anche del progressivo spopolamento di parti importanti del Paese.

Così come sappiamo dei tanti esempi riusciti di accoglienza/integrazione in diverse località - al nord come al centro e al sud - come dei significativi contributi di immigrati alla, ahinoi!, residuale sopravvivenza di capitale sociale, relazionale e reputazionale, nonché al benessere, alla ricostruzione e all’economia del Paese

In effetti, ci siamo resi conto di essere soltanto capaci di invocare ingenti risorse finanziarie dall’Europa a fondo perduto senza saperle decentemente investire, preferendo prezzolare capi miliziani di alcuni territori nord africani regalando loro perfino le motovedette per impedire ai migranti di sbarcare in Italia e per rimandarli nei lager dei loro assassini.

So bene che queste verità, come tutte, sono soltanto parziali (di parte) e che oggi il dibattito è profondamente inquinato. Ma tant’è!

Eppure i giovani devono sapere non è sempre stato così.

Solo per restare in questo primo quinto di secolo, nei primi anni duemila la Commissione Europea aveva ufficialmente adottato una politica di accoglienza "multiculturale", ispirata dagli allora assai incoraggianti risultati in Olanda e in Regno Unito dove - pur con modalità diverse - le identità delle comunità migranti venivano riconosciute e alimentate, pur nel rispetto delle leggi vigenti.

Nel 2004, il sociologo Lord Anthony Giddens, alla conferenza DirCom di Madrid, mi segnalò per primo come il robusto processo di globalizzazione di quegli anni che avevo seguito con attenzione, anziché standardizzare il mondo (come molti pensavamo, compreso chi vi parla, e che si trovava fra i relatori), avrebbe invece contribuito a una esplosione collettiva di consapevolezza sul valore delle "diversità"

In molti Paesi europei cresceva la grande speranza (illusione?) che investendo opportunamente in un diverso modello di accoglienza e integrazione - pur tenendo conto delle esperienze interculturali francesi e di quelle del melting-pot americano, ma soprattutto puntando sulle esperienze multiculturali britanniche e olandesi, fosse verosimile produrre risultati efficaci.

Al punto che la stessa Comunità Europea aveva ufficialmente adottato quel modello "multiculturale" individuando e proponendo addirittura a tutti i Paesi membri una sequenza "architettonica" capace di consolidare cinque diverse mura dell’edificio multiculturale: accoglienza, religione, abitazione, scuola e lavoro.

Accadde poi, nel novembre 2004 ad Amsterdam, l’assassinio del regista Theo Van Gogh e, nel luglio 2005, l’attacco terrorista in una stazione della metropolitana a Londra. Questi due tragici eventi provocarono in entrambi i Paesi, una impressionante e inattesa reazione di rigetto.

In quel periodo, avevo il privilegio, insieme al collega Antonio Bettanini, di consigliare sia il Commissario Europeo all’Immigrazione Franco Frattini che Emma Bonino, Commissaria agli Aiuti Umanitari e quindi avevo accesso alle analisi delle dinamiche ex post di quelle reazioni.

L’analisi suggeriva che gli investimenti multiculturali dei due Paesi avevano largamente privilegiato le due mura dell’accoglienza e della religione, per me tipicamente valori immateriali rispetto alle altre tre mura: abitazione, educazione e lavoro, per loro natura assai più materiali.

Avevamo ovviamente, sempre ex post, anche formulato l’ipotesi che qualora il mix di impegno dei due Paesi fosse stato diverso, verosimilmente le mura dell’edificio multiculturale non sarebbero franate così improvvisamente.

Infatti, come tutti gli architetti e costruttori di "spazi di relazione" sanno bene, la stabilità di un edificio conta soprattutto sulle solidità delle mura portanti (nel nostro caso: scuola, casa, lavoro) piuttosto che su quelle più leggere (accoglienza, religione).

È possibile immaginare che i due Stati abbiano dedicato eccessiva attenzione e risorse alle mura leggere e non a quelle portanti: fenomeno tipico di istituzioni e organizzazioni (sociali, pubbliche, private) che cercano soprattutto e talvolta soltanto facile e rapido consenso.

Sta di fatto che oggi, 2020, nessun Paese e nessun politico occidentale ha più l’ardire di invocare il modello multiculturale.

Ma è altrettanto pacifico che le politiche dei respingimenti collegate alla pseudo ideologia sovranista, veicolo di tensioni razziste e populiste, non aiutano ad affrontare l’ondata globale migratoria, soprattutto per paesi come il nostro che ne hanno disperatamente bisogno.

Abbiamo imparato in questi 20 anni l’accoglienza è necessaria e, sicuramente nel nostro caso, utile.

Abbiamo imparato che per costruire un edificio occorre rafforzare le mura maestre (casa, scuola, lavoro), mentre accoglienza e religione ci sono, si, ma sono meno rilevanti.

Sappiamo anche che ogni territorio del nostro Paese è diverso da tutti gli altri, per questioni non solo strutturali ma anche storiche, sociali e, soprattutto, culturali.

Ci sono, sì, dei principi "generici" (a valore universale come la molecola del farmaco generico), ma ciascun territorio è dotato di valori che riflettono un capitale sociale, relazionale, reputazionale diverso.

Mentre i principi generici universali hanno a che fare con casa, lavoro, educazione, religione e accoglienza, le applicazioni specifiche, territorio per territorio, hanno a che vedere con i diversi sistemi istituzionali, economici, politici, socio-culturali, mediatici e di cittadinanza attiva, tutte ‘variabili’ di cui tenere ben conto.  

La loro declinazione diventa quindi operativa e verosimilmente efficace quando il primo dei principi generici è il rispetto delle applicazioni specifiche e la prima applicazione specifica è il rispetto dei principi generici.

Sappiamo che possiamo/dobbiamo pretendere da tutti coloro che vivono un territorio il rispetto delle usanze, delle leggi, delle culture specifiche, anche degli insediati più recenti.

Che però vanno indagate, conosciute, descritte, socializzate, adattate.

Sappiamo anche che dobbiamo mettere le persone in condizioni di appartenere a una qualche modalità di "cittadinanza", tale che possano anche attivarsi per modificare quelle condizioni in funzione anche delle proprie specifiche esigenze e priorità, dialogando con e convincendo gli altri delle proprie ragioni.

Insomma: avviare il dialogo, sviluppare la relazione.

Non persuadere ma con-vincere (da vincere cum).

Se accettiamo il principio che la qualità dei sistemi di relazione sia oggi il valore più prezioso prodotto dal capitale sociale di un qualsiasi territorio o organizzazione, dobbiamo anche chiederci come si possa configurare una relazione efficace e come si possa valutare quel valore.

La qualità di una relazione può essere valutata investigando almeno quattro variabili:

  • l’impegno nella relazione

  • la fiducia nella relazione

  • la soddisfazione nella relazione

  • l’equilibrio di potere nella relazione

Anziché sproloquiare a vanvera in merito a un Piano Marshall per l’Africa, proporsi di ricostruire subito il patrimonio privato e pubblico del territorio italiano non solo consentirebbe di assestare in gran parte il nostro territorio, attirando risorse e capitali da tutto il mondo ma soprattutto, integrando le competenze e le risorse delle comunità migranti rigenerando il nostro stesso capitale sociale, offrendo anche al Paese e agli italiani di oggi una buona ragione di esistere.

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