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Noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo ancora

#Nonprofit

28/05/2020

Giulia Pigliucci

Il sentimento dell’individualismo imperante ha reso non credibile la gratuità del fare del bene. Per combattere questa visione, il gruppo di Relazioni con il non-profit di Ferpi raccolglierà una serie di testimonianze sulle azioni, i progetti e le strategie messe in atto dall’inizio del lockdown per raccontare come si è risposto sul piano della comunicazione alla crisi. Un tassello importane nella narrazione del nostro lavoro.

“Il sociale da sempre sostiene le persone fragili, ma la fragilità oggi è anche nostra. Siamo anche noi fra i più esposti, fra i meno garantiti. E insieme alla fragilità economica, scontiamo un crescente clima di sospetto e risentimento.” Riprendo le parole di Don Luigi Ciotti, direttore editoriale de La via libera meglio conosciuto come il fondatore del Gruppo Abele e, successivamente, di Libera, per definire una situazione che chi è impegnato nel Terzo Settore e/o nella cooperazione internazionale ha provato e hanno provato già prima e in questi mesi del lockdown.

Tuttavia, don Ciotti evidenzia come in realtà questa condizione parta da molto lontano: si è passati dal riconoscere e aver ammirazione verso l’impegno di chi aveva deciso di donare il proprio tempo all’altro e all’ambito del non-profit, a un pensiero che di fondo questa scelta non poteva essere sincera.

Il sentimento dell’individualismo imperante, che ha permeato la nostra società in questi anni, ha reso non credibile la gratuità del gesto del “fare del bene”, della semplicità della scelta di occuparsi in maniera disinteressata degli altri. Si è perduto il senso della corresponsabilità, del sentirsi chiamati a una partecipazione attiva, come cittadini, per il bene comune, ancor prima del senso di solidarietà. Atteggiamenti e sentimenti che sono le fondamenta dell’associazionismo, gran parte espressione dei movimenti che nel nostro Paese hanno percorso gli anni ’60, dai volontari nel fango di Firenze ai tormentati anni ’70 e, in altri casi, all’Enciclica di Papa Paolo VI la “Populorum Progressio” datata del marzo 1967.

È la retorica del “prima noi” che antecedentemente al lockdown era il pensiero divenuto come un mantra dell’agire e delle scelte anche politiche. È l’aver creduto e il credere che i problemi e le ingiustizie mondiali non ci riguardino, una sorta di incapacità del comprendere le interconnessioni di un mondo globale e globalizzato, un’Italia impermeabile a prendere anche sul piano internazionale le proprie responsabilità.

Da qui al pensare che chi pretenda di essere dalla parte di chi non ce la fa o rimane indietro, di chi denuncia le violazioni dei diritti universalmente e storicamente riconosciuti oppure sia impegnato sul campo nella costruzione di ponti e non muri, sia semplicemente un illuso o lo faccia per secondi fini. E per arrivare al punto di essere considerati nemici del nostro Paese, il passo è breve. Non che tutto questo si svanito, ma forse un piccolo varco, voglio sperare, si è aperto finalmente. Certo bisogna rimettere al centro il valore del noi e, per il volontariato e il non-profit, l’essere - come dice don Ciotti - la coscienza scomoda della società e, al contempo, bisogno ritrovare il sentimento della visione profetica del cambiamento sociale.  Oggi tutto questo è più che mai necessario in un Paese che abbia davvero voglia di ripartire con il passo giusto, ristabilendo le priorità e ponendosi in modo costruttivo, equo e inclusivo.

A chi chiedeva, a marzo, dove si trovassero le ONG che salvavano i migranti dalle acque del Mediterraneo, quando in Italia si viveva in piena emergenza, possiamo rispondere che queste si trovavano già in prima linea, così come i volontari e le associazioni. Un esercito di persone impegnate negli ospedali, nelle strade a portare viveri, medicine, a rispondere ai telefoni per dare conforto e sostegno psicologico e non solo, a fare i babysitter per i figli dei medici e degli infermieri, a distribuire generi di prima necessità, a dare un domicilio ai senza fissa dimora, a supportare i bambini ed i ragazzi, che non avevano gli strumenti, nella didattica a distanza, a fare prevenzione ed informazione a chi non conosce la nostra lingua e tanto, tanto altro. Moltissimi volontari e cooperanti sono ancora nel resto del mondo per portare avanti, presso le comunità ove si trovano, i progetti di sviluppo umano che seguono.

Come gruppo di Relazioni con il non-profit di Ferpi abbiamo deciso di raccogliere una serie di testimonianza sulle azioni, i progetti e le strategie messe in atto dall’inizio del lockdown in modo tale da poter raccontare non solo cosa si è fatto, ma come si è risposto sul piano della comunicazione alla crisi che ha investito anche il nostro Settore. Sarà un tassello importane nella narrazione del nostro lavoro e, magari, un manuale di linee guida di comunicazione in caso di pandemia.

Parafrasando e reinterpretando nuovamente il testo di don Ciotti riportiamo sulla carta quanto abbiamo imparato sulla strada percorsa in questi mesi, la strada che dobbiamo indicare anche al nostro Paese.

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