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Quando un framework è davvero utile?

19/01/2026

Alex Dell'Era

Framework, accessibilità e responsabilità: quando i modelli aiutano davvero a pensare e decidere insieme

 

Chi si occupa di comunicazione, innovazione e management sa che i framework sono diventati strumenti sempre più diffusi. Servono a organizzare le cose quando ci sembrano ingarbugliate e complesse, a creare un linguaggio comune e soprattutto a orientare decisioni che coinvolgono persone e ruoli molto diversi tra loro. Sono in sostanza guide che aiutano a leggere i contesti e a prendere decisioni.

 

Non si discute della loro utilità, la vera domanda è: sono davvero accessibili?

Negli ultimi anni si è assistito a una proliferazione di modelli sempre più articolati. Spesso si tratta di contributi di altissima qualità, perché nascono da approcci accademici consolidati, rafforzati da competenze solide e reali. Purtroppo però questa sofisticazione non sempre si traduce nella capacità di essere adottati o discussi sul campo. Il rischio è infatti che il framework diventi quasi più un esercizio per chi lo propone, invece che uno strumento per chi dovrebbe usarlo.

 

Alla fine un framework non è mai neutrale, anche perché in pratica è in primis comunicazione. Può includere o escludere, chiarire, coinvolgere o allontanare. Quando diventa comprensibile solo a una cerchia ristretta, smette di essere un potenziale strumento di lavoro e diventa solo un modo per segnalare appartenenza, e così si è perso totalmente il senso.

 

Chiarezza ed empatia non sono softskill, ma le condizioni necessarie per far sì che le idee possano circolare ed essere comprese ed eventualmente adottate. Rendere un contributo accessibile, ma soprattutto dare la possibilità che possa essere discusso e rielaborato, non significa di certo svalutarlo. Significa riconoscere che il valore cresce quando le idee possono essere comprese, discusse, rielaborate da più persone.

 

Un framework è utile quando non si impone come soluzione definitiva, ma apre uno spazio di confronto. Quando può essere criticato senza essere delegittimato, adattato senza essere tradito. Quando non cristallizza una visione, ma accetta di essere trasformato.

 

Questo vale ancora di più nei contesti ad alta responsabilità sociale come tecnologia, salute e politiche sociali. Lì il confine tra informazione e promozione è sottile, e l'etica diventa il blocco di partenza. In questi contesti la comunicazione non può limitarsi a presentare modelli, ma deve chiedersi quali effetti producono sulle persone e sulle loro decisioni.

 

La letteratura filosofico-scientifica e quella manageriale confermano che le idee che resistono sono quelle che accettano di essere trasformate, perché fallibili, revisionabili e generative. I modelli più promettenti generano interpretazioni nuove, applicazioni inattese, anche critiche radicali. Le costruzioni troppo protette e sterili esauriscono in fretta la loro spinta.

 

È con questo spirito che nascono anche alcuni contributi recenti sul rapporto tra tecnologia, comunicazione ed etica. Non in maniera promozionale come auto-celebrati modelli da adottare, ma come tentativi dichiaratamente incompleti. Fatti per essere discussi, criticati, forse migliorati e chissà, magari superati.

 

Perché un framework che vuole avere senso non dovrebbe aspirare alla quintessenza auspicando di durare immutabile, ma di ravvivare il dialogo.



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