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Rappresentanza di interessi e responsabilità: quale ruolo per il relatore pubblico?

08/11/2005

Alcune linee guida ispirate dal rapporto Influencing Power: un articolo di Toni Muzi Falconi.

Leggendo con attenzione il bel rapporto Influencing Power segnalato qualche settimana fa su questo sito ho potuto ricavare alcune interessanti linee guida che vanno coerentemente ad allinearsi alla questione diverse volte sollevata sulla responsabilità sociale del relatore pubblico.1.Il rapporto suggerisce tre diversi modi di intendere la relazione fra responsabilità sociale e rappresentanza degli interessi dell'organizzazione:il primo:la csr è parte integrante delle relazioni pubbliche: ne consegue che nel normale reporting agli stakeholder non appaia riferimento alle attività lobbistiche dell'impresa;il secondo:la csr è integrata nella politica di gestione della reputazione: ne consegue che i riferimenti alle attività lobbistiche sono difensivi e a tutela della reputazione;il terzo:la csr è integrata nella strategia di differenziazione dell'organizzazione: ne consegue che le attività lobbistiche sono rendicontate come opportunità per ottenere l'attuazione di politiche pubbliche ambientali e sociali capaci di sviluppare le attività dell'impresa.(per chi conosce la mia pessima opinione sulle cosiddette politiche di gestione della reputazione, comprenderà bene che il primo e il secondo livello si distinguono soltanto in quanto mi appare perfida la conseguenza attribuita al primo... ndr).2.A queste tre modalità di intendere la csr corrispondono cinque livelli informativi dell'impresa sulla sua attività di rappresentanza degli interessi:il primo:non viene data alcuna informazione, oppure soltanto generiche notizie di adeguamento alle e rispetto delle normative esistenti;il secondo:l'informazione riconosce la rilevanza delle attività lobbistiche sulla responsabilità sociale e ne riferisce sommariamente;il terzo:l'informazione indica anche la presenza di sistemi e processi di gestione e di rendicontazione delle attività lobbistiche e viene approfondita almeno una questione pubblica socialmente e/o ambientalmenterilevante;il quarto:l'informazione approfondisce diverse questioni rilevanti e testimonia la presenza operativa di sistemi e processi di gestione delle attività lobbistiche, ma l'approccio non appare pienamente integrato con i valori e i principi affermati dall'impresa né con i suoi processi decisionali  e di governance chiave;il quinto:l'informazione integra pienamente le attività lobbistiche con i valori e i principi affermati dall'impresa, governance inclusa e descrive in dettaglio l'approccio proattivo dell'impresa alle politiche pubbliche.In base all'intreccio dei criteri di cui al punto 1 e al punto 2, gli autori del rapporto (SustAinability e WWF) esaminano le politiche e le azioni di rappresentanza di interessi delle prime 100 maggiori imprese multinazionali (nessuna di queste è italiana!).Ad una prima oggettiva analisi:

50 sono le imprese al primo livello del punto 2 (nessuna informazione e quindi csr come pr);
nessuna impresa si trova al quinto livello del punto 2 (csr pienamente integrata con la strategia di differenziazione);
32 sono le imprese al secondo livello del punto 1 (poche informazioni difensive e quindi csr come fattore di reputazione);
10 sono quelle al terzo livello del punto 2 (in fase di transizione iniziale fra csr come reputazione a csr come strategia differenziante);
8 si trovano al quarto livello del punto 2 (in fase avanzata di transizione verso la csr come strategia differenziante).
Ecco i nomi delle otto 'migliori': Basf, Bp, Chevron, Dow, Ford, General Motors, Glaxosmithkline, Hp.4.Può sorprendere che quasi tutte le aziende ritenute 'migliori' provengano da settori produttivi dai forti impatti sociali e ambientali (energia, materiali, salute).Del resto una ricerca più approfondita degli stessi autori del rapporto ha potuto trovare qualche rilevante contraddizione fra l'informazione fornita dalle imprese 'migliori' e alcuni comportamenti effettivi:

ad esempio, la BP si vanta di essere firmataria della lettera del Corporate Leaders Group on Climate Change a Tony Blair ma svolge attività hobbistiche a Washington contro la proposta del Senatore Bingaman per l'introduzione di limiti obbligatori alle emissioni di ossido di carbonio;
la GlaxoSmithKline riferisce nel dettaglio sul lavoro in corso per ampliare la politica di accesso alle medicine essenziali, ma è anche un forte finanziatore di PhRMA, che svolge intense attività lobbistiche per difendere i diritti sui brevetti HIV/AIDS;
Ford e General Motors esplicitano pratiche lobbistiche trasparenti e sofisticate ma finanziano la Alliance of Automobile Manufacturers, una lobby che si oppone al controllo delle emissioni ambientali del settore automobilistico.
Insomma... nessuno è perfetto.5.Ma come passare dal primo al terzo livello del punto 1 saltando il secondo, che in realtà altro non è che una diversa definizione del primo (visto che relazioni pubbliche, come sbrigativamente le interpreta il rapporto, e reputation management vanno nella stessa direzione di tutela dell'immagine dell'organizzazione)?Questa è la questione che il rapporto tratta per ultima ed è, a mio parere, quella che più ci riguarda da vicino come relatori pubblici.Viene infatti suggerito all'impresa di passare:1.dalla lobby per difendersi dalle proposte di ulteriori vincoli, alla lobby per introdurre nuovi standard più elevati per l'intero settore di appartenenza;2.dalla difesa dello status quo, all'analisi di opportunità di nuovi mercati aperti da politiche pubbliche socialmente responsabili;
3.dalla tutela della zona d'ombra da cui muovere gruppi di interesse e associazioni industriali, alla alla luce del sole di posizioni di politica pubblica integrate con i valori e il brand dell'impresa;4.dalla discussione su politiche pubbliche al riparo di orecchie indiscrete, alla sfida agli stakeholder per discutere e collaborare a soluzioni comuni;5.dalla partecipazione al dibattito pubblico per perseguire obiettivi di interesse della sola impresa, a una attività consapevole ed attiva di cittadinanza d'impresa in un costante dialogo con gli stakeholder.Tutti passaggi assai delicati, difficili e complessi che però possono sicuramente agevolare la transizione diretta dalla difesa dell'esistente alla creazione di nuovi mercati: che è poi il definitivo ruolo sociale dell'impresa... o no?E noi, relatori pubblici socialmente responsabili, anziché attardarci a presidiare il nostro terreno corporativo rivendicando una leadership sulla csr che ha già contribuito non poco a minarne l'identità percepita, perché non suggeriamo ai nostri vertici di leggere con attenzione questo rapporto???La vostra opinione?Scarica il rapporto : Influencing Power (PDF:528Kb)Toni Muzi Falconi

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