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Una vita a raccontare la guerra

27/04/2026

Fausto Biloslavo

Quarant’anni sul campo tra tecnologia, rischi e passione: l’evoluzione del giornalismo di guerra, dalle macchine da scrivere ai social, fino alla sfida della disinformazione.

 

“I russi? Me li ricordo bene in Finlandia nel ’41” sono le parole di Indro Montanelli dopo avere ascoltato i racconti delle mie disavventure afghane catturato dai sovietici. Nel 1988 il Giornale ospitò 11 puntate sulla prigionia a Kabul, durata sette mesi, con il direttore che correggeva le cartelle battute a macchine con la vecchia matita rossa e blu. Se usava troppo la parte rossa dovevo riscrivere tutto. 

 

Del grande inviato mi rimane impresso la storica foto, seduto per terra, mentre batte un pezzo sulla leggendaria Lettera 22. Fino alla guerra alle porte di casa, la sanguinosa disgregazione della Jugoslavia di Tito, si usava ancora la macchina da scrivere dettando gli articoli ai dimafonisti, che magari non avevi mai visto in faccia, ma diventavano amici e confidenti fra una bomba e l’altra. 

 

E se saltavano tutte le linee rimaneva in piedi il telex, che ho usato fra le macerie di Beirut per mandare gli articoli sulla guerra civile, quando portavo ancora i calzoni corti del giornalismo di guerra. 

 

Alla telescrivente scrivevi l’articolo, che saltava fuori su una striscia gialla piena di fori e guai a sbagliare battuta. Poi infilavi la striscia in un lettore che trasmetteva il testo a una telescrivente uguale in Italia.

 

Quando c’era ancora il muro di Berlino e si partiva con l’idea sbagliata che il mondo fosse in bianco e nero, buoni da una parte e cattivi dall’altra, abbiamo fondato a Trieste con Almerigo Grilz e Gian Micalessin l’Albatross press agency. Un’agenzia di free lance, che allora suonava come una parolaccia. Di necessità virtù eravamo multimediali: articoli, foto, filmati, ma con mezzi d’altri tempi. Non solo la Lettera 22, ma la macchina fotografica reflex e la cinepresa Super 8. Il rullino, primo amore, era un terno al lotto: scoprivi solo dopo lo sviluppo e la stampa se avevi lo scatto del momento, come le uniche foto di Yasser Arafat che si ritira da Beirut nel 1982, che ho venduto per un piatto di lenticchie a Time.

 

Le cartucce del Super 8 duravano tre minuti e dovevi portare dietro uno zaino per un reportage, che poteva durare anche due mesi e mezzo come in Angola dilaniata dalla guerra civile.

 

(descrizione)

Con i curdi iraniani nelle grotte vicino al confine con la Repubblica islamica

 

In pochi anni sarebbe cambiato tutto. Computer portatile, satellitare, avvento di internet e dei social, la guerra, oggi, la raccontiamo in diretta. Peter Arnett, scomparso da poco, ha aperto la strada con il primo conflitto del Golfo e all’assedio di Sarajevo ero affascinato da Franco di Mare e Toni Capuozzo, che trasmettevano per la prima volta in tempo reale.

 

Nel 2001 i mujaheddin del compianto comandante Massoud mi hanno fatto il regalo di entrare a Kabul il 13 novembre, il giorno del mio quarantesimo compleanno. Una battaglia per liberare la capitale afghana dai talebani, che ho raccontato con un telefono satellitare, a Radio 24, in diretta, comprese le cannonate di sottofondo.

 

Durante l’invasione dell’Iraq ogni sera, dal tetto della jeep in mezzo al deserto al seguito delle truppe alleate, mandavo il pezzo e le foto al Giornale fino all’arrivo dei marines a Baghdad davanti alla famosa statua abbattuta di Saddam. Quando i soldati russi sono comparsi in Crimea ho battuto la Bbc, che doveva montare l’antenna satellitare, lanciando la notizia con un tweet.

 

Nelle terribili battaglie per sconfiggere il Califfato a Sirte, Mosul, Raqqa la multimedialità è diventata la prassi: pezzo, foto, video servizio girato durante il giorno di guerra e montato di notte per andare in onda il giorno dopo. E alla sera collegamento con i Tg.

 

La “mia” guerra in Ucraina, dall’inizio dell’invasione, l’ho fotografata e filmata non più con moderne handycam e macchine digitali, dove vedi subito la foto che scatti e puoi rifarla se non va bene. Tutti erano stati evacuati e da solo mi sono arrangiato con l’IPhone, che oramai ha una qualità e facilità d’uso superiore alle telecamere professionali. 

 

Non solo: nelle ultime guerre che ci circondano a Gaza, Libano, mar  Rosso e Iran, una banale app permette i collegamenti in diretta con i Tg con una qualità impensabile fino a poco tempo fa. 

 

Ai giovani, che sono nativi digitali, consiglio sempre di formarsi subito con la multimedialità. Il mercato dei media non ha spazio solo per un reportage scritto o fotografico, ma bisogna aggiungere anche il video per il sito o per le tv, il tutto rilanciato dai social. Un “massacro” lavorativo con tempi sempre più stretti a livello quotidiano e ridotti sui reportage per motivi di costi. Una volta duravano mesi e si pubblicava al ritorno, adesso settimane o giorni e tutto esce in tempo reale. 

 

Da oltre 40 anni racconto le guerre, che sono il lato oscuro dell’umanità. Per farlo bisogna essere preparati e adattarsi ai tempi ricordando sempre, però, che un pezzo non vale la vita. 

 

La prima regola è portare a casa la pelle, altrimenti non mandi in onda il servizio, ma la spinta principale, per i giovani che vogliono “una vita spericolata”  è la “passione”, soprattutto oggi con le tante trappole di un mondo nel caos. La “guerra” dell’informazione e della disinformazione, che si combatte parallela a quella vera delle pallottole, sta diventando sempre più determinante.

 

Un motivo in più per andare sul campo realizzando un prodotto mediatico originale, che racconta situazioni toccate con mano e viste con i tuoi occhi, altrimenti si lascia spazio alla guerra cognitiva direttamente o indirettamente manipolata dalle parti in lotta. 

 

Forse non è un caso che il giornalismo in prima linea sia diventato sempre più pericoloso e che la scritta Press sul giubbotto antiproiettile non rappresenti una protezione, ma un bersaglio. 

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